Macchie solari e Campo magnetico

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Già nel 1612, Galileo Galilei, nel suo Discorso intorno alle cose che stanno in su l’acqua, o che in quella si muovono, accennava anche alle macchie solari, che egli sosteneva di aver già osservate a Padova nel 1610 senza però darne notizia: scrisse ancora, l’anno seguente, l’Istoria e dimostrazioni intorno alle macchie solari e loro accidenti, pubblicata a Roma dall’Accademia dei Lincei, in risposta a tre lettere del gesuita Christoph Scheiner che, indirizzate alla fine del 1611 a Mark Welser, annunciavano la sua scoperta delle macchie solari. A parte la questione della priorità della scoperta, lo Scheiner sosteneva erroneamente che le macchie consistevano in sciami di astri rotanti intorno al Sole mentre Galileo le considerava materia fluida appartenente alla superficie stessa del Sole e ruotante intorno ad esso proprio a causa della rotazione della stella.

Sarà invece il famoso astronomo,   Frederick William Herschel , ne suo lavoro Natura estruttura del Sole e della Stelle Fisse, e in successivo lavoro del 1801, il primo a parlare di macchie solari come di “aperture” cioe di “.. quei luoghi  dove, a seguito della occasionale rimozione delle sue nubi luminose si può vedere il corpo solido del Sole; e non essendo luminoso, le aperture attraverso le quali possiamo vederlo, con un comune telescopio, possono essere scambiate per macchie nere, o per il nucleo centrale di tali macchie”.[3]

Fig.1

Quando a metà del secolo, in pieno periodo delle macchine a vapore, si decise che il sole doveva essere una palla di gas, fu semplice calcolare che tale oggetto, date le dimensioni, la massa e la temperatura superficiale, dovesse avere una temperatura interna, che procedendo verso il centro della stessa aumentava fino a circa 16 milioni di gradi.

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Fig. 2

Nasce così il problema della macchie solari, e di come si spiega il fatto che la temperatura della superficie solare ( 5770 °K , uniforme su tutta la superficie),   scende ad un valore di circa 4000°K  all’interno delle Macchie.

L’ipotesi è che le macchie solari si formino a causa dell’interazione del campo magnetico locale con la superficie della zona convettiva, e che tale interazione provochi ila raffreddamento della zona interessata. Tuttavia il meccanismo non è noto, e il perché queste zone siano più fredde del resto del Sole non trova attualmente una spiegazione adeguata e resta uno dei problemi irrisolti del Modello Standard.

Dice Boscoli nella sua nota: [2]

“Per quanto riguarda poi le macchie solari e le cause che ce le fanno apparire più scure (cioè più fredde) del resto della fotosfera, alla luce della mia ipotesi, la spiegazione risulta addirittura banale: a dispetto di tutte le “invenzioni” che sono state fatte o che ancora si faranno circa la loro natura, le macchie solari sono e restano soltanto dei “buchi” nella fotosfera. E se attraverso questi fori noi vediamo “qualcosa di più scuro”, ciò significa che questo qualcosa è più freddo di quanto sta sopra.

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Fig.3

Come si vede nelle numerose immagini ad alta risoluzione disponibili in rete, le Macchie Solari appaiono effettivamente come dei buchi, sui bordi dei quali si notano, viste di lato, quelle che sembrano essere le celle convettive che poi danno origine a quell’effetto di granulazione visibile in superficie.

Questa sensazione è resa ancora più forte dalla visione sovrapposta delle delle immagini effettuate nelle regione ultravioletta e X del Sole e quelle in luce visibile (Video .MPG 4.5MB). In queste immagini diventa ancora più evidente la sensazione che la radiazione, prodotta dal nucleo interno del Sole, fuoriesca dalle macchie solari che si comportano come se fossero effettivamente dei fori sulla fotosfera.

Per quanto riguarda il campo magnetico, è opinione diffusa che il nostro sole abbia un campo magnetico piuttosto debole, come dimostrato dalle misure fatte in prossimità dei poli. La cosa più difficile da spiegare è come l’intensità del campo in prossimità delle macchie solari possa essere anche migliaia di volte maggiore di quella misurata ai poli, e soprattutto come una palla di gas incandescente possa essere sede di un campo magnetico.

Che il campo magnetico sia correlato con la formazione delle macchie è ormai universalmente riconosciuto, anche se probabilmente si  scambiano la causa con l’effetto considerando le macchie come causa del campo. Quello che purtroppo manca è una spiegazione convincente del meccanismo di formazione delle macchie, e soprattutto  una spiegazione plausibile del meccanismo che sta alla base del ciclo delle macchie solari.

Fig.4

La formazione delle macchie solari, l’andamento temporale del numero di queste, e la periodicità undecennale dei suoi massimi sembrano essere infatti la conseguenza e non la causa del ciclo del campo magnetico solare, il ciclo di Hale.

Il grafico qui riportato mostra i cambiamenti a lungo termine del campo magnetico longitudinale del sole durante due cicli completi, il 22mo e il 23mo, per la precisione. I punti rossi del grafico indicano la polarità negativa del campo (il polo Sud), il blu rappresenta la polarità positiva (il polo Nord). Come si può vedere, la direzione del campo magnetico, misurato sulla superficie del sole in prossimità dei poli, si inverte con la stessa periodicità dei cicli undecennali, e che i minimi dei cicli coincidono con il momento della inversione della polarità.

La durata di un ciclo magnetico completo, cioè il tempo che impiega il campo poloidale a fare un giro completo del meridiano solare, è di circa 22 anni, corrispondenti a due cicli di macchie.

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Fig. 5
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Consideriamo come l’inizio del ciclo magnetico, quello coincidente con un minimo del ciclo di Hale, nel momento in cui il campo poloidale è orientato verso Nord, come, per esempio, quello che inizia nel 1996. Il minimo successivo del numero delle macchie solari si verifica quando il campo poloidale è orientato verso Sud.

magnetogram
Fig. 6
La direzione delle linee del campo magnetico è opposta in ognuna delle due macchie fra le quali si forma il loop coronale. La direzione el campo magnetico fra le coppie d macchie in un certo emisfero del sole, è invertita rispetto a quella fra coppie di macchie situate nell’emisfero opposto del sole nello stesso ciclo, e si inverte ogni 11 anni. (solarscience.msfc.nasa.gov)

Il ciclo successivo delle macchie, che ha un andamento del tutto simile al precedente con l’unica differenza che la polarità delle linee di campo magnetico delle macchie solari si è invertita rispetto al ciclo precedente, termina quando il campo poloidale è nuovamente orientato con il Nord.
In base a queste osservazioni possiamo dire che quando parliamo di ciclo del campo magnetico solare intendiamo un ciclo  della durata di due cicli di Hale la cui durata media è di circa 22 anni. Sommando a due a due i cicli di attività solare (dati forniti dal WDC-SILSO, Royal Observatory of Belgium, Brussels), partendo  dal ciclo n°1 fino al n°22, otteniamo un periodo pari a 263.09 ±15.16 mesi , quindi con una irregolarità del 5,38 % del periodo, irregolarità che, fra parentesi, risulta minore di quella calcolata sulla base periodica di 11 anni dei cicli di attività solare (132.26 mesi ± 14.21 pari al 10.74%). [17]

La teoria più accreditata [17] riguardo al modo in cui il campo magnetico interagisce con la zona convettiva chiama in causa la formazione di un campo magnetico toroidale generato dalla rotazione differenziale del sole che, in qualche modo, “stira” le linee di forza del campo magnetico fino a farle diventare parallele al piano equatoriale del sole, spiegazione non molto convincente che non giustifica in alcun modo la periodicità del ciclo solare ne l’inversione di polarità del campo magnetico.

Nel nostro Sole ipotizziamo che il nucleo sia responsabile della formazione del campo magnetico solare, un campo magnetico probabilmente molto intenso che tuttavia resta confinato all’interno della zona convettiva, involucro di gas caldo e fortemente ionizzato, quindi elettricamente conduttore, che in qualche modo agisce da schermo.

Dal ciclo di Hale notiamo che il massimo di attività solare coincide sempre con il momento dell’inversione della polarità delle macchie solari, e cioè, secondo la mia ipotesi, quando l’asse del campo magnetico, nel corso della sua rotazione sul meridiano solare, si trova esattamente a 90 gradi rispetto all’asse di rotazione del Sole.

La formazione delle macchie solari sembra generata da alcune linee del campo magnetico che in qualche modo “bucano” il guscio convettivo del Sole (Video .MOV 10.2MB) e escono all’esterno mentre la maggior parte del campo magnetico prodotto dal nucleo sembra rimanere confinato all’interno della zona convettiva.

Sulla base del “nostro” modello solare, vorrei azzardare una ipotesi diversa e rivoluzionaria di dinamo solare che tenti di spiegare il meccanismo con cui il campo magnetico genera la struttura delle macchie solari:

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Fig.7

Supponiamo innanzitutto il campo magnetico sia prodotto dal nucleo, e che l’asse magnetico non coincida con l’asse di rotazione del nucleo solare, cosa che si verifica in numerosi corpi celesti, ad esempio le Pulsar o la terra stessa. Immaginiamo che l’asse magnetico sia dotato inoltre di un moto proprio, diretto lungo un meridiano, che lo porta ad essere temporaneamente allineato con dell’asse di rotazione del nucleo, (fase coincidente col minimo di attività delle macchie), fino a diventare perpendicolare all’asse di rotazione, per poi allinearsi di nuovo ma con polarità opposta alla fine del ciclo undecennale delle macchie solari. (fase che coincide con il minimo successivo di attività. Continuando nel suo moto di rotazione, l’asse del campo magnetico solare torna in fine dopo altri 11 anni nella posizione iniziale terminando il ciclo ventiduennale di Hale.

La traccia generata dall’intersezione dell’asse magnetico con la superficie rotante del Sole, durante il suo moto lungo il meridiano nel corso di un ciclo di Hale, avrà l’aspetto di una coppia di spirali che si dipartono dai poli e attraversando l’equatore arrivano ai poli opposti. Se l’asse magnetico del nucleo solare dovesse essere dotato anche di un moto di precessione intorno all’asse di rotazione, la traccia sulla superficie solare sarebbe comunque una spirale generata dalla combinazione dei due moti, e la velocità relativa fra l’asse magnetico e la superficie del sole sarebbe la combinazione fra la velocita di precessione e quella della superficie della fotosfera.

Le macchie quindi potrebbero essere in qualche modo “l’impronta” lasciata dall’asse magnetico del campo sulla zona convettiva nel suo moto lungo l’asse meridiano del sole. Questa spiegazione renderebbe conto, fra l’altro, anche dell’inversione di polarità del campo magnetico residuo misurato all’esterno del Sole in prossimità dei poli nel corso di un ciclo di attività.

Ma come potrebbe essere fatta l’impronta lasciata dal campo magnetico nella zona in cui taglia la superficie della zona convettiva? Immaginiamo un nucleo magnetico posto nel centro di una sfera cava che ruota con velocità angolare costante intorno al proprio asse. Immaginiamo anche, per adesso, che le linee di campo magnetico che escono dai poli magnetici “buchino” la superficie della sfera e si richiudano passando all’esterno della superficie della sfera.

Adesso immaginiamo l’asse magnetico, momentaneamente allineato con l’asse di rotazione, che inizia a ruotare con una velocità angolare costante, e percorre in un certo tempo, un angolo di 360° muovendosi su un meridiano della sfera, fino a tornare nella posizione di partenza.

Consideriamo il punto di intersezione fra l’asse del campo magnetico e la superficie della sfera e facciamo alcune considerazioni:
Poiché la sfera ruota intorno al suo asse, la velocità relativa di una piccola sezione di superficie sferica rispetto all’asse magnetico, sarà funzione della posizione del punto sulla superficie. in particolare sarà minima quando l’asse magnetico è allineato con l’asse di rotazione della sfera e massima quando l’asse magnetico taglia la sfera nella zona equatoriale.

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Fig. 8

Poiché abbiamo anche supposto che la sfera sia metallica e cioè che sia un buon conduttore di elettricità, l’interazione del campo magnetico con la superficie della sfera metallica darà luogo al noto  fenomeno dell’induzione magnetica, e alla produzione delle Correnti parassite, o di Foucault (eddy current).

Come è noto, in un conduttore che taglia le linee di un campo magnetico, vengono indotte delle correnti elettriche, la cui intensità è proporzionale alla velocità con cui si muove il conduttore (nel nostro caso la superficie metallica della nostra sfera) nel campo. le correnti così indotte, schematizzate nel disegno a lato, generano a sua volta un campo magnetico di direzione opposta al campo magnetico che le ha generate. Il risultato di questo processo è che la forza risultante dall’interazione dei due campi magnetici tende a frenare il moto del foglio di metallo. Questo effetto, come è noto, viene ampiamente sfruttato industrialmente, per esempio, nella costruzione dei Freni Elettromagnetici e dei Motori.

Se facessimo un esperimento, sostituendo il foglio di metallo con un fluido conduttivo (come per esempio del mercurio o dell’acqua salata), fatto scorrere fra le espansioni polari di un magnete, potremmo verificare l’effetto delle correnti parassite sul moto del liquido. Noteremo che nella zona interessata dal campo magnetico, si manifesterà un rallentamento del moto del fluido con l’instaurazione di moti vorticosi e turbolenti. La perturbazione prodotta dall’interzione del flusso magnetico con lo strato di fludo conduttivo avra l’aspetto di una serie speculare di vortici posizionati perpendicolarmente all’asse del moto.

Se il fluido che noi consideriamo è la sottile zona di plasma, fortemente ionizzato e quindi buon conduttore di corrente, sottostante la fotosfera, dove hanno inizio i moti convettivi di plasma, e il campo magnetico è quello prodotto dal nucleo all’interno del sole, particolarmente intenso lungo l’asse magnetico, potremo ipotizzare che le correnti indotte in questa zona della fotosfera, operando sul moto del plasma nella zona interessata dal campo magnetico, siano causa della formazione di vortici nella parte interna, cioe quella rivolta verso il nucleo, della fotosfera.

Nella selezione di immagini seguenti, tratte dal video “The fairest of them all”, la rassomiglianza fra il movimento delle macchie solari e quello di una serie di vortici è veramente impressionante!

Abbiamo appena ipotizzato che i vortici nello strato interno della fotosfera, che si suppone fortemente conduttivo, si formino nella zona dove le linee di campo “tagliano”, attraversandola, la superficie del conduttore. Potremmo allora chiederci come mai le linee del campo magnetico non escono, come dovremo aspettarci , all’esterno della superficie del sole. La spiegazione anche questa, sta nelle correnti parassite, che nascono dal moto relativo esistente fra il campo e la superficie della zona convettiva e che impediscono alle linee di campo magnetico di attraversala.

Facciamo un esperimento per chiarire il concetto: Fissiamo un magnete su un’asta metallica posta verticalmente, in modo che le espansioni polari giacciano su un piano orizzontale. Mettiamo intorno al magnete una sfera cava, o un barattolo, di rame o alluminio o di un qualsiasi conduttore che non sia ferromagnetico e misuriamo, il campo magnetico, per esempio con una sonda ad effetto Hall , all’esterno della sfera. Leggeremo un valore di campo magnetico non nullo e di intensità crescente in prossimità delle regioni polari del magnete. Ciò accade perchè il materiale che abbiamo usato, non essendo magnetico, non interagisce col campo che lo attraversa. Ma se noi mettiamo in rapida rotazione l’involucro che circonda il magnete e ripetiamo la misura otterremo una misura del campo nulla in ogni direzione. Le linee di campo non attraverseranno l’involucro metallico che sarà sede di induzione elettromagnetica.

La perturbazione prodotta dal’interazione del campo magnetico, più intenso nelle regioni polari del nucleo, avverrà nella superficie più vicina al nucleo (la parte interna della fotosfera), laddove le linee di campo magnetico tagliano in maniera piu decisa lo strato conduttivo. L’intensita del campo magnetico tenderà diminuire procedendo verso la superficie della fotosfera poiché verra gradualmente attenuata dall’interazione con gli strati piu profondi.
La formazione delle macchie solari avviene quando la perturbazione che le genera (i vortici di plasma nella zona inferiore della fotosfera) si trasferisce alla superficie della fotosfera. Il tempo con cui la perturbazione si manifesta sulla superficie solare è impost0 dai parametri fluidodinamici del plasma.

Se questa interazione meccanica dell’asse magnetico con la superficie interna della fotosfera è capace di produrre dei vortici, signica che deve accellerare (o frenare) la massa di plasma in delle zone abbastanza limitate , dovrebbe cioe lasciare una traccia del suo passaggio altrando il profilo medio di velocità della superficie solare nelle zone di maggiore interazione.

http://www.astro.ucla.edu/~obs/torsional.html
Fig. 9
In this chart, you can see superimposed on the random convective motions of the solar atmosphere long-lived waves of slightly higher east-west velocity (from subtracted background rotation) which move down from high latitudes to the equator with a period of about 11 years. On this plot, these waves are seen most clearly as the red colored V patterns pointing to the right. These Torsional Oscillations were discovered by Carnegie astronomers Robert F. Howard and Barry J. LaBonte using 150-Foot solar telescope data in 1980.

Questa immagine (Fig. 9) rappresenta la mappa delle anisotropie della velocita superficiale del sole, registrata per un periodo di 21 anni, si evidenziano in effetti delle variazioni (le due tracce orizzontali a “v”), localizzate in particolare all’inizio della zone di maggiore attività, che sembrano disegnare una traccia abbastanza nitida di quello che potrebbe essere il percorso dell’asse magnetico sulla superficie nel corso di (quasi) un ciclo solare.

Interessante è la conclusione dell’articolo di Roger K. Ulrich, Very Long-lived Wave Patterns Detected in the Solar Surface Velocity Signal, autore delle misure da cui e stato ricavato il grafico: Il ruolo che queste componenti di velocità della superficie giocano nella dinamo solare non è chiaro, tuttavia esse suggeriscono una forte relazione con l’attività magnetica alla quale sono strettamente accoppiate. Come si vede anche in questo caso, come in molti altri quando si tratta del nostro sole, la spiegazione di questo fenomeno non è possibile se non cambiando paradigma.

La velocità relativa della superficie solare rispetto all’asse del campo magnetico è tanto più alta quanto più l’asse magnetico si avvicina all’equatore, condizione questa che aumenta l’entità delle correnti indotte e quindi l’entità della perturbazione sul plasma della fotosfera. Questa condizione è coerente con l’aumento progressivo delle macchie solari che si ha procedendo verso la zona equatoriale che dovrebbe presentare quindi il massimo della attività solare.

Come si osserva dal grafico a farfalla invece, la zona equatoriale è sempre priva di macchie. Quale può essere il meccanismo che produce tale effetto?

Facciamo l’ipotesi che l’asse magnetico sia dotato di un moto di precessione intorno al proprio asse, con periodo uguale al periodo di rotazione equatoriale, e direzione e verso concordi. In questo caso, all’equatore, come ai due poli, non vi sarebbe nessuna differenza di velocità fra la zona convettiva e l’asse magnetico del nucleo solare, e perciò nessuna condizione perché si possano instaurare le correnti parassite necessarie alla generazione dei moti perturbativi che,come ho supposto, danno origine alle macchie solari. La cosa va diversamente alle latitudini intermedie dove le velocità tangenziali sono diverse.

Fig, 10

Per avere una descrizione qualitativa di questo fenomeno consideriamo il grafico in figura (a sinistra), tratto dal capitolo Rotazione differenziale del sole, che rappresenta il profilo della velocità di rotazione della superficie solare, descritto mediante una formula approssimativa, e il profilo della velocità tangenziale del punto di intersezione dell’asse magnetico con la superficie solare, calcolato considerando la velocità angolare dell’asse magnetico costante e uguale alla velocita angolare della zona equatoriale. La differenza fra questi due profili, rappresentata nel grafico successivo (a destra), mostra lo scorrimento (così chiamato in analogia con la definizione che si da a proposito dei Motori Asincroni, dove indica la differenza di velocità fra il campo magnetico ruotante prodotto dallo statore e la velocità del rotore) esistente fra la superficie del sole e l’asse magnetico misurata nel punto in cui l’asse taglia la superficie. Alle medie latitudini lo scorrimento,  che come si vede dal diagramma di l raggiunge valori prossimi a 200 m/s , provoca  l’instaurarsi di correnti parassite che hanno come efetto quello di trascinare la parte di plasma interessato dall’interazione col campo, nella direzione di spostamento del campo stesso. Quindi, le zone dove lo scorrimento è diverso da zero potrebbero essere quelle in cui vengono generate  quelle perturbazioni che daranno poi origine alle macchie solari

Fig. 11

Possiamo infatti notare come lo scorrimento abbia un andamento che, grossomodo, ricalca quello della zona dove è massima l’attività delle macchie solari.
Forse dovremo chiederci se il fatto che la velocità di precessione dell’asse magnetico e la velocità di rotazione della superficie siano uguali debba essere considerato un fatto casuale o peggio, una assunzione del tutto gratuita, Io credo che, la fascia equatoriale debba , per forza, per effetto stesso delle correnti parassite, essere trascinata, dalla rotazione dell’asse magnetico, fino ad una condizione di equilibrio, alla quale corrispondono uno scorrimento e una forza di trascinamento uguale a zero, condizione che si verifica appunto quando le due velocità si uguagliano.

Poche righe fa ho supposto che l’asse magnetico fosse dotato di un moto che lo prtava nell’arco di 22 anni, a fare un giro completo lungo un meridiano solare, per giustificare il fatto che la polarità del campo si inverte con tale frequenza, poi ho supposto che questo moto fosse sovrapposto ad un moto di precessione che giustifica la rotazione differenziale del sole e la formazione delle macchie solari alle alte latitudini.
Tuttavia se si confronta la traccia della Figura 8, che ricordo suppongo essere l’impronta dell’asse magnetico sulla fotosfera, con quella che verrebbe generata dal moto che ho supposto possa avere il campo magnetico, ci si accorge che le traccie non coincidono. Questo mi fa pensare che il moto del campo debba essere in realtà più complesso.

Fig. 12

Recentemente un lettore, commentando queste pagine, mi ha chiesto se ero a conoscenza del lavoro di Nassim Haramein e mi ha segnalato segnalato una pagina web che sono andato ovviamente a visitare. Una cosa che mi ha subito colpito è stata questa animazione (fig. 11).
Mi ha colpito perche l’ho collegata immediatamente alla immagine di Fig. 8. Per approfondire questo argomento e verificare insieme a voi se si tratta solo di una impressione o qualcosa di più vi invito a leggere il nuovo capitolo: Torus Topology.

Vorrei fare alcune ulteriori osservazioni,e invitare i lettori a considerare i seguenti punti:

1- Poiché il massimo della perturbazione avviene all’interno della zona convettiva, l’effetto superficiale potrà essere osservato soltanto dopo un certo periodo di tempo. Come ipotesi di lavoro potremo considerare questo tempo uguale alla differenza di fase fra i cicli IHV e i ciclo di Hale (circa 8 anni) come evidenziato nel capitolo “previsione dell’andamento del 24mo ciclo solare”E necessario verificare questo dato mediante lo studio idrodinamico dei movimenti di plasma nella zona conduttiva, che ricordo ha uno spessore di 0,3 raggi solari,  per verificare se uno sfasamento temporale di tale entità sia o no plausibile.

Fig. 13

2- Come si può notare dall’immagine schematizzata in figura 7 , i percorsi delle correnti indotte in prossimità della zona di interazione, che sono allineati con la direzione del moto, suggeriscono per la loro forma, direzione e polarità delle linee di campo magnetico autoindotto, le geometrie necessarie alla formazione dei loop coronali e alla polarità delle macchie durante il ciclo solare (Fig. 12). Dalla figura notiamo anche che nelle zone polari,  il campo é sempre presente e più intenso che non nelle zone superficiali (quelle prive di macchie): probabilmente la bassa velocita di scorrimento nelle zone polari impedisce la formazione di correnti parassite, e permette al campo magnetico di uscire all’esterno.

3 – La rotazione dell’asse magnetico del nucleo è responsabile della presenza di strutture ordinate, scoperte nel vento solare, in particolare  di quella a 0.446uHz che corrisponde alla frequenza di rotazione solare. Anche le altre componenti  periodiche con frequenze comprese fra 1 e 140 uHz di cui si parla nel capitolo “Struttura della oscillazione da 1 e 140 uHz del vento solare” dovranno essere oggetto di studio.

4- Il campo magnetico misurato all’esterno del sole è ovviamente solo la parte residua, cioè quella che riesce ad attraversare la zona conduttiva, del campo magnetico prodotto dal nucleo solare. L’ intensità del campo magnetico prodotto dal nucleo solare è probabile che sia più vicina a quella misurata nei loop coronali che non ai poli.

L’ipotesi è azzardata e come al solito spesso l’apparenza inganna, ma la semplicità di questa ipotesi me la rende simpatica, e io aspetto fiducioso che qualcuno, bravo, faccia due conti e dia il suo contributo.

N.B. Se qualcuno avesse già fatto o fosse intenzionato a fare l’esperimento col mercurio, o con qualsiasi altro setup sperimentale, è pregato di farmelo sapere e di comunicarmi i risultati che senz’altro pubblicherò su queste pagine.

Mi piacerebbe inoltre, che qualcuno provasse a simulare il passaggio di un fluido conduttivo viscoso in un campo magnetico costante e molto intenso in modo da evidenziarne il comportamento fluidodinamico. Sarei molto felice di imparare qualcosa e di pubblicare su queste pagine i risultati di tale lavoro.

Aspetto fiducioso i vostri commenti!

Torna alla pagina: L’inizio.

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